martedì 22 marzo 2011

sinergie

L’accordo era semplice.
Lui le concedeva di succhiargli il cazzo, lei avrebbe dimostrato tutta la sua gratitudine.
La cosa era nata quasi per caso, come accade quando in un luogo di lavoro due cervelli pervertiti intrecciano le sinapsi.
Sono bastate quattro battute allusive, tre sms spudorati, due mail sconce ed un solo sguardo per capire che poteva funzionare.
Lei contabile irreprensibile, giovane ma con aria severa e precisina, per nulla appariscente.
Lui consulente esterno ma con funzioni dirigenziali.
Fin dall’inizio ha funzionato così: lui passava da lei in un orario che garantisse una certa privacy, al massimo la avvisava il giorno prima perché lei potesse prepararsi.
Lei di solito quando lui arrivava era già un lago.
Ma lui era davvero poco interessato alla sua fica, al massimo controllava che fosse abbastanza eccitata per i suoi gusti.
Lei subito si alza dalla sua poltrona e correva a chiudere a chiave la porta dell’ufficio, mentre lui prendeva comodamente il suo posto sulla poltrona.
Si sfilava la gonna, si toglieva le mutandine (lui le amava piccolissime candide) e si inginocchiava davanti a lui cominciando ad accarezzargli il gonfiore tra le gambe da sopra i pantaloni.
Ma qui cominciava il difficile, perché a questo punto doveva cominciare a supplicare  di poterglielo leccare.
Lui non si lasciava convincere facilmente, voleva godersela mentre si umiliava fino in fondo.
Le faceva dire delle cose “che ti fucilano alle spalle”.
Le faceva anche delle domande a trabocchetto, chiedendole se non avrebbe preferito, chessò, essere scopata. 
Ma lei, che tutto poteva essere definita tranne che stupida, sapeva che poteva chiedere sempre e solo di potergli succhiare il cazzo.
Alla fine lo otteneva.
Magari dopo aver dovuto accontentarsi di leccare prima le sue scarpe, o i coglioni o il suo buco del culo.
Magari dopo essersi  infilata da sola qualcosa di voluminoso nel suo culetto per farlo divertire o dopo essersi strusciata come una cagna in calore sulla sua gamba per dimostrare sufficiente devozione.
Alla fine lui le concedeva di succhiargli il cazzo e lei in questo era proprio brava.
Sembrava che ne godesse fisicamente da come mugolava.
Era una di quelle femmine che il cazzo lo succhiano per davvero, con golosità.
Ed ovviamente beveva fino alla all’ultima goccia del suo sperma, cercando anche il più piccolo schizzo sulle mani o sui suoi pantaloni che raccoglieva con la lingua.
E poi ringraziava.
E lo faceva davvero di cuore.
Lui di solito alla fine controllava nuovamente il lago tra le sue gambe e la prendeva in giro un po’ chiedendole come avrebbe fatto ora a continuare la giornata lavorativa.
Lei confessava che non avrebbe più bevuto un solo goccio d’acqua, niente caramelle o caffè per tenersi quel sapore in bocca.
Se lo sarebbe tenuto anche a casa la sera quando il marito l’avrebbe finalmente scopata.

venerdì 11 marzo 2011

terapie



 Lei gli fa penare da mesi un appuntamento.
Ha altro da fare ed altro a cui pensare.
Ogni tanto, al massimo, gli permette di supplicarla un po’.
Giusto per divertirsi.
Poi lo rimette a posto: “non mi seccare, quando avrò tempo ti chiamo”.
Lui al massimo sogna, con il cazzo inutilmente duro.
Un giorno lei, meno impegnata o forse solo più annoiata del solito, lo convoca: “nel mio studio, domani, alle 17”
Lui esulta. E fantastica.
Ma lei subito lo raffredda: “vieni vestito bene, ti voglio in giacca e cravatta, ma portati guanti e detersivo, che devi pulirmi il bagno”
Il fatidico giorno lo fa aspettare, fuori dalla porta del suo studio, al freddo, per un ora.
Impeccabilmente vestito, con l’occorrente per fare le pulizie.
Semplicemente magnificamente ridicolo.
Lei arriva chiacchierando al telefono, non lo degna di uno sguardo mentre apre la porta e la lascia aperta perché lui possa entrare.
Entra nel suo studio e si siede sulla sua poltrona.
Lui rimane in piedi.
Lei continua a parlare con un amico, confidenze troppo intime per lui, perché tappa il ricevitore con una mano e lo guarda: “vai a pulire il bagno che stai a fare lì impalato?”
Lui, che sperava di potersi inginocchiare davanti a lei, e magari di poterla leccare, abbassa la testa e va a fare il so lavoro.
Sta pulendo il lavandino quando lei entra e, come se lui non esistesse, entra si abbassa i pantaloni e si siede per fare pipì.
Lui si ferma a guardare lampi di pelle scoperta godendo nell’umiliazione della naturalezza con la quale lei si comporta come se lui fosse un oggetto di arredamento, né maschile né femminile:neutro.
Si alza e si pulisce.
Lui sperava almeno di essere chiamato a fare quello.
Ma niente.
Non preme lo sciacquone, gli lascia, magnanima, almeno quello da fare.
Si ferma davanti a lui e con magnifica non curanza allunga una mano a sfiorargli un gonfiore evidente che segna l’elegante gessato grigio.
“ti basta sempre meno eh?”
Lui farfuglia qualcosa di inintelleggibile e comunque inutile.
“Però, pensavo, troppo comodo fare le pulizie tutto eccitato così, forse sarà meglio scaricarti no?”
E la pressione della mano si fa più sinuosa, sembrerebbe quasi una carezza lungo l’asta del suo cazzo, duro come il marmo.
“così, senza l’anestetico dell’eccitazione capiresti tutta la tua pietosa condizione: ridotto a pulicessi.”
Lui biascica un si.
“Si dai, facciamo così, ora ti fai una delle tue solite seghette e poi subito dopo, quando ti sentirai appagato, ricominci a fare le pulizie, così ti renderai conto di come sei ridotto.”
Schiocca le dita: “in ginocchio, devi venire in due minuti. Come del resto è tipico tuo no?”
E ridendo lo spinge in ginocchio.
Lui si apre i pantaloni e la sua mano corre a stringere il cazzo.
Lei lo guarda dall’alto e con una mano gli accarezza la testa: “dai veloce…”
Lui ansima alza la testa a guardarla sorridere, perfida. E scorre un minuto.
Lei spazientita: “dai ti do un aiutino.”
E si apre appena di due bottoni i jeans facendo spuntare il pizzo delle sue mutandine.
Gli spinge la nuca vicino scostando di qualche centimetro l’elastico delle mutandine per fargli scorgere appena i primi peli del suo pube: “annusa”
E nello stesso attimo lui viene piegandosi su sé stesso.
Sta ancora ansimando con la mano piena di sperma. E qualche schizzo per terra.
Ora lecca la tua mano e per terra.
Poi zitto e continua a fare le pulizie.
Se ne esce mentre lui, svuotato della sua eccitazione mestamente si reinfila i guanti da lavoro e si mette a pulire il water assaporando fino in fondo l’assurdità di quella situazione.
Quando ha finito bussa alla porta del suo studio.
Attende che lei le permetta di entrare.
Lei è presa dal suo computer e senza distogliere lo sguardo dallo schermo: “hai fatto tesoro?”
Lui conferma e ringrazia, si avvicina.
Dal portafogli estrae due banconote rosse e le appoggia sulla sua scrivania pregandola di accettarle e ringraziandola.
Lei stacca appena lo sguardo per guardare le banconote per un secondo.
Poi, sempre guardando lo schermo, lo liquida con il gesto della mano:“sì va beh ora togliti dai coglioni, che sei patetico.”




giovedì 3 marzo 2011

chiacchierate

“sono una troia, hai ragione....”
Le parole le escono come in un sussurro, con fatica.
Lui ascolta compiaciuto seduto comodamente in poltrona, le gambe accavallate, sorseggiando un franciacorta ghiacciato
Mentre lei in ginocchio e nuda davanti a lui gli porge il suo cervello, si umilia e, come al solito, si bagna.
“dobbiamo fare una chiacchierata su di te” le aveva annunciato.
Lei sa cosa significa...
Chiacchierate le chiama: una sua nuova idea.
Un nuovo modo per scoparsi il suo cervello, per piegarla ancora di più.
Tutto comincia con una sua idea, una teoria, diciamo, che a le poi tocca dimostrare.
Una cosa scientifica insomma
Una teoria dalla quale, una volta dimostrata, poi traggono assieme delle logiche conseguenze: quasi sempre dolorose o umilianti per lei.
Quella di oggi, la sua teoria, è che lei è una troia.
Se ne è convinto lui chissà come in questi giorni.
Conta poco che le prove siano esili e l’affermazione quantomeno esagerata: questo a lui non interessa.
E nemmeno a lei in fondo.
Perché è a lei che tocca il compito di dimostrare che è la pura e semplice verità:
“è una troia”
Affinché lei possa preparare una dettagliata requisitoria contro sé stessa gliela comunica sempre qualche giorno prima.
Cosicché per tutta la notte il suo cervello possa prepararsi ad essere stuprato.
Cosicché lei possa, tra sé e sé prepararsi ad argomentare, a spiegare, a dimostrare che, sì: lei è proprio una troia.
Lei ora è in posizione. in ginocchio, gambe leggermente aperte, mani dietro la schiena, sguardo basso.
“sono una poco di buono, hai ragione, sono una ragazza facile.”
Lui ascolta compiaciuto, forse si distingue anche nell’elegante gessato un gonfiore che segnala che anche il suo cazzo sta gradendo lo spettacolo.
“Ho già avuto cinque relazioni con vari uomini e sono tanti, troppi.”
Lei lo dice annuendo appena con il capo, come a convincersi, come a scusarsi.
Entrambi sanno che per una bella ragazza di 29 anni invece sono proprio pochi, ma entrambi sanno che la verità tra loro due è un concetto astratto, che c’è un padrone che decide qual è la verità, ed una femmina sottomessa pronta a tutto per dimostrare che quella verità è tutto ciò che lei chiede.
“uno anche sposato”
“che puttana!” interloquisce lui. Ma il tono è bonario.
“ci ho pensato, quando mi hai detto di cosa volevi parlare padrone. E penso tu abbia ragione: è che i maschi mi piacciono e cedo facilmente...”
“questo lo so amore, ma è meglio approfondire non credi?”
“si padrone, cosa vuoi sapere?”
Lui si china verso di lei le prende il mento con una mano per alzarle il viso e guardarla dritta negli occhi: 
Il tono ora è tagliente, sprezzante.
“intanto cominciamo col raccontare le cose come stanno: ti sei fatta scopare da cinque uomini, dei quali uno sposato. Come? Quanto? E perché? E ricorda amore che non sopporto ridicole romanticherie: sei una troia, ricordi? Evitiamo giri di parole, non prendiamoci in giro e soprattutto non farmi perdere la pazienza.”
“il primo è stato il mio primo fidanzato, Luca. Avevo 17 anni, lui 23”
“ed eri già una troia?”
“.. ehm... diciamo che avevo voglia di farlo...”
“diciamo che non vedevi l’ora che ti scopasse...”
“si padrone, volevo perdere la verginità.”
“si immagino come l’avrai ossessionato, supplicato, di chiavarti.”
“si Padrone probabilmente l’ho supplicato...”
“ti chiavava bene, amore?”
“era più esperto di me”
“allora forse era più esperto di te” 
la interrompe ridendo
“sapesse che puttana sei diventata...”
“pompini glieli facevi?”
“sì, i  primi tentativi, mi sa che non ero molto brava...”
“ingoiavi?”
“allora no”
“hai imparato dopo eh...”
“...”
“e il culo? Ti ha rotto anche quello il primo fidanzatino?
“ci ha provato ma non ci siamo riusciti”
“poverino, sapesse che ora ormai è più aperto della tua figa....”
“è vero?”
“cosa padrone?”
“che il tuo culo adesso è più aperto della tua figa, cretina”
“si padrone”
“e perché ora è più aperto della tua figa?”
“perché ormai tu usi quasi solo quello padrone”
“e perchè tu sei....”
“.. io sono una troia padrone”
“e dopo questo primo findanzatino quando hai cominciato a farti inculare?”
La ragazza ha lo sguardo basso ora, lui con la gamba accavallata ha cominciato ad accarezzarle con la scarpa una coscia
Lei ha l’assoluta consapevolezza che lui sarà sempre più crudo e spietato e che lei, incredibilmente proprio per questo, tra un po’ sarà un lago tra le gambe.
Ma la ragazza sa anche che non è un gioco, e che queste chiacchierate, poi hanno delle conseguenze, che lui deciderà qualche ulteriore grado di sottomissione per lei, che la piegherà ancora di più.
“il primo è stato Bruno, avevo vent’anni, ma lo abbiamo fatto solo due o tre volte”
“lo abbiamo fatto? ti ho insegnato a parlare così?”
Lui le ha preso i capelli e le ha alzato di nuovo la testa per sibilare queste parole dritte in faccia.
“scusami padrone... lui mi ha inculata solo due o tre volte...”
“non gli piaceva?”
“no e che io mi lamentavo troppo”
“intanto eri diventata la succhiacazzi che sei ora?”
“si con lui ho imparato a succhiare”
“e a bere?
“si certo”
“raccontami dell’uomo sposato”
“quello è stato prima di conoscere te padrone, era uno conosciuto ad un corso”
“e lo sapevi che era spostato?”
“l’ho scoperto quasi subito”
“e ovviamente ciò non ti ha trattenuto dall’allargare le cosce come il tuo solito eh?”
“no padrone”
“lo vedi che sei una troia?”
“lo so padrone...”
Lui ora le infila il piede tra le gambe e la punta della sua scarpa preme appena sulla sua figa facendola sussultare
Poi le prende il viso e la bacia sulle labbra con stupefacente dolcezza
“lo sei veramente amore?”
“si padrone sono una troia”
“amore me lo dici con parole tue perché sei una troia? mi convinci di questo?”
Lei gli sorride e lo bacia sulle labbra. Di solito non potrebbe permettersi certi slanci, ma sa che lui la perdonerà perché ora lo convincerà e lo stupirà porgendogli il suo cervello.
“sono una troia padrone e l’ho scoperto grazie a te. Vivo per soddisfarti, per farti venire. Ti regalo il mio dolore, le mie penitenze: non è un gioco, è così, puoi fare di me quello che vuoi, puoi usarmi come preferisci, mettermi in un angolo mentre ti dedichi ad altre donne, per poi riprendermi con te, sfogarti su di me, tutto padrone... tutto.”
“non capisci un cazzo”
 la gela lui
“certo sei mia e fai tutto quello che voglio io, ci mancherebbe, ma non me ne frega un cazzo, quello di cui stiamo discutendo stasera è che tu sei una troia, che non è tutto merito mio, che tu comunque eri predisposta ad essere ridotta così e che non puoi farne a meno..”
Ora la ragazza comincia a capire: questo è più difficile, questo è l’ulteriore scalino che lui vuole farle scendere.
Non c’è più il rapporto speciale, l’amore che spiega ogni cosa, che giustifica la sua sottomissione.
Quello che vuole lui è che lei ammetta di essere portata a stare inginocchio, a farsi scopare e sodomizzare, insomma lui vuole toglierle l’alibi vuole che lei svolga un competo ed accurato atto di accusa contro sé stessa.
La ragazza capisce che la chiacchierata sarà ancora lunga e le conseguenze dolorose.